
Un giorno, mentre ero impegnato a sistemare il ristorante, arrivò un uomo che cercava lavoro. Si chiamava Giovanni, ma per me sarebbe diventato Giuanin, Giovannino in dialetto cremonese. Era piccolo e magro, e aveva alle spalle una vita decisamente più grande della sua figura.
Non era un ragazzo al primo impiego. Aveva gestito una cartoleria e, insieme alla famiglia, anche un locale; conosceva persone e ambienti molto diversi fra loro. Ed era un poeta, per giunta conosciuto. Aveva dunque un passato di lavoro, relazioni e parole, ma non riusciva facilmente a trovare qualcuno disposto a dargli un’opportunità. C’entrava l’età, insieme ad altre ragioni sulle quali non sento il bisogno di soffermarmi. A me interessava la persona che avevo davanti.
Parlammo un poco. Gli raccontai che cosa stavo facendo e, guardando la cantina che attendeva ancora di essere rimessa in ordine, mi venne spontaneo proporgli di darmi una mano.
«Senti, Giovanni, siamo ancora chiusi. Se vuoi, mi aiuti a pulire la cantina e poi vediamo.»
Non stavo organizzando un colloquio e neppure una prova vera e propria. Eravamo lì, avevamo del lavoro da fare e mi sembrava naturale cominciare da quello.
«Ci penso io, Massimo. Non preoccuparti, faccio io.»
Lo lasciai lavorare e continuai a occuparmi delle altre stanze, delle mille cose che saltavano fuori ogni volta che provavo a sistemarne una. Quando, più tardi, tornai in cantina, mi fermai sulla soglia. Era perfetta: pulita, ordinata, ogni cosa al proprio posto, con il pavimento così pulito che ci si sarebbe potuto mangiare sopra.
Non so se Giuanin volesse dimostrarmi qualcosa; so che quel lavoro mi disse più di un curriculum. Decisi di prenderlo a lavorare con me. Ripensandoci, fu una delle scelte più belle della mia vita, perché non trovai soltanto qualcuno che potesse lavorare al Tre Spade: incontrai un amico.
Estratto da Le cose che restano — Nutrire l’anima, di Massimo Manfredi.
