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Traccia

L’isola che non volevo lasciare

L’isola che non volevo lasciare

Avevamo cominciato a pensare alle Canarie ancora prima dell’incidente stradale. Io e Marcella immaginavamo un viaggio attraverso le isole, con un furgone che ci permettesse di fermarci quando ne avessimo avuto voglia, scegliendo una strada perché ci incuriosiva un paese o avevamo sentito parlare di un posto dove mangiare bene. L’idea mi piaceva: in viaggio non ho mai cercato soltanto i monumenti o i panorami, ma le persone, i mercati, le botteghe e quella vita quotidiana che non trovi sulle cartoline.

Poi arrivò l’incidente e, per un periodo, il progetto rimase in sospeso. Quando cominciammo a riparlarne, però, non pensavamo più soltanto a una vacanza. Marcella aveva sempre desiderato vivere in Spagna e anch’io sentivo che era arrivato il momento di cambiare strada. Dopo quanto avevamo attraversato, scegliere di partire non era più soltanto un capriccio. Era il tentativo di costruire un’altra vita insieme.

Andammo a conoscere Lanzarote e Gran Canaria. Quest’ultima non ci convinse, per ragioni che appartenevano soprattutto alla nostra maniera di immaginare la quotidianità. Lanzarote, invece, ci rimase dentro. Non assomigliava né al Garda né alla pianura padana. La terra era nera, rossa, ocra; i coni vulcanici si ripetevano nel paesaggio e la lava solidificata arrivava quasi a confondersi con le case. Su quell’isola disseminata di centinaia di forme vulcaniche la gente aveva imparato a coltivare, allevare e abitare una terra che, a prima vista, sembrava chiedere molto e concedere poco.

Mi incuriosiva il modo in cui gli abitanti avevano trovato un accordo con quel paesaggio. Marcella cominciava già a domandarsi come ci saremmo organizzati, dove avremmo abitato, che cosa avremmo fatto. Io mi perdevo più volentieri dietro a ciò che vedevo, ma questa volta le sue domande avevano un peso particolare: non volevamo visitare Lanzarote, volevamo provare a viverci.

Estratto da Le cose che restano — Nutrire l’anima, di Massimo Manfredi.