
Quando tornai dalla Romania non avevo ancora deciso che cosa sarebbe successo dopo. Una cosa, però, la sapevo: mio figlio era nato a maggio e io volevo esserci. Dopo l’ospedale, insieme a lui e a sua madre, passammo alcuni mesi sul lago di Garda. Doveva essere un periodo, almeno nella mia testa. Maggio diventò giugno, poi luglio, agosto. Arrivò settembre e cominciai a sentire quella sensazione che avevo già conosciuto altre volte nella mia vita: non riuscivo a stare fermo.
Non era soltanto bisogno di lavorare. Era qualcosa di diverso. Avevo bisogno di trovare una strada che mi permettesse di rimanere lì senza smettere di essere quello che ero. E, come era già successo tante volte, fu la cucina a venirmi a cercare prima ancora che fossi io a cercare lei.
Un giorno comprai una macchina per tirare la sfoglia. Niente progetti, niente piani industriali: una macchina per la pasta. Cominciai in casa. Un giorno tagliatelle, un altro tortelli d’erbetta, poi un ripieno diverso, una sfoglia un po’ più ricca di uova, un altro impasto. Le mani ricordavano, e insieme alle mani ricordava qualcosa che avevo dentro. La pasta tornava.
Estratto da Le cose che restano — Nutrire l’anima, di Massimo Manfredi.
