
Le pentole non le prendeva dalla cucina. Le rubava.
Lo faceva di nascosto, approfittando dei momenti in cui Emanuela era occupata altrove. Una pentola, poi un’altra, qualche coperchio, i cucchiai di legno e tutto quello che poteva servire per quella cucina che esisteva soltanto nella sua testa. Portava il bottino in camera, sistemava tutto sul letto e cominciava.
Dentro le pentole non c’era niente, ma per Massimo non era un problema. Mescolava con la serietà di chi aveva qualcosa sul fuoco, spostava un cucchiaio da una pentola all’altra, controllava preparazioni invisibili. Forse ne sentiva perfino il profumo. Gli piace pensarlo adesso, perché quei cucchiai, prima di arrivare sulle coperte, nelle pentole vere c’erano stati davvero. Erano passati dalle mani di sua madre, avevano girato sughi, accompagnato cotture, raccolto assaggi. Lui se li portava in camera e continuava, a modo suo, quello che aveva visto fare.
Poi Emanuela tornava in cucina e trovava la rapina.
Mancavano pentole, coperchi, mestoli, cucchiai. Non aveva bisogno di interrogare nessuno né di mettersi a cercare per casa: prendeva la strada della camera di Massimo e andava direttamente al letto a recuperare quello che suo figlio aveva requisito. Probabilmente il giorno dopo, o qualche giorno più tardi, sarebbe successo di nuovo.
Era diventata una consuetudine.
Massimo non poteva sapere che quel gioco gli sarebbe rimasto dentro. Non c’era nessuna vocazione dichiarata, nessuno che guardandolo mescolare il nulla dicesse che un giorno avrebbe fatto qualcosa con la cucina. Era semplicemente un bambino che si divertiva con le pentole di sua madre.
Estratto da Le cose che restano — Nutrire l’anima, di Massimo Manfredi.
