
All’inizio, come capita a molti padri, non sapevo bene che cosa fare. Sua madre aveva gesti che sembravano più naturali, io imparavo un poco alla volta, osservando, provando, sbagliando. La vita tra me e lei avrebbe poi preso una strada diversa e Gabriele sarebbe cresciuto passando tempo con entrambi, ma questo non ha mai tolto qualcosa al rapporto tra me e lui; semmai mi ha obbligato a costruirlo davvero, giorno dopo giorno, senza poterlo dare per scontato. E in quel rapporto sono entrate le cose che avevo ricevuto dai miei genitori, quelle che avevo capito e anche quelle che avevo dovuto comprendere da adulto, perché le famiglie non trasmettono soltanto parole o regole: trasmettono gesti, curiosità, modi di affrontare la paura, di sedersi a tavola, di fare pace.
Gabriele, prima ancora di sapere che cosa fosse la cucina, sembrava avere deciso che avrebbe dovuto esplorarla. Una volta, quando ancora gattonava, lo trovammo sotto il tavolo con una cipolla che avevo pelato. Non so ancora come fosse riuscito a raggiungerla, ma la teneva tra le mani e la mangiava a morsi come fosse una mela. Nessuna smorfia, nessun pianto: gli piaceva. A distanza di anni mi fa sorridere pensare che il suo primo rapporto serio con un ingrediente non sia stato con qualcosa di dolce e accomodante, ma con una cipolla cruda, pungente, diretta, presa di nascosto e assaggiata senza chiedere il permesso a nessuno.
Poi arrivò Ratatouille. Lo guardammo insieme e, per un periodo, Gabriele diventò il mio piccolo chef.
Provava, voleva stare vicino ai fornelli, metteva le mani dove poteva, osservava. La cucina cominciò a diventare una delle lingue che avremmo continuato a parlare negli anni, una lingua fatta di gesti più che di spiegazioni, di assaggi, di tentativi, di piatti riusciti e di cose che si potevano rifare meglio. Non ho mai avuto bisogno che diventasse cuoco, così come non ho mai pensato che un figlio debba continuare la vita di suo padre; mi bastava vedere che lì dentro riconosceva qualcosa che apparteneva anche a lui.
Estratto da Le cose che restano — Nutrire l’anima, di Massimo Manfredi.
