Un pomeriggio con Bepi · racconto in tre capitoli
Un pomeriggio con Bepi · 2 di 3
Che Dio ci sia testimone
Mastro Martino, un orchiclasta e il brindisi che risolse tutto

Non ricordo chi nominò per primo Mastro Martino. Forse Bepi, forse io. Dopo qualche taj, ricostruire con precisione le deviazioni di una conversazione diventa un esercizio abbastanza inutile.
So soltanto che, a un certo punto, ci rendemmo conto che il frico che stavamo preparando, con patate, cipolla, Latteria e strissulis, aveva davanti a sé qualcosa di molto più antico: il caso in patellecte di Mastro Martino.
Quattrocento. Prima delle patate. Formaggio, grasso, zucchero e cannella. E quindi nacque la domanda: quale facciamo? Quello di Bepi oppure quello antico?
Cominciammo a discuterne mentre continuavamo a cucinare, mangiare e bere. Le patate tutte grattugiate o metà lesse? Più Latteria di dodici mesi oppure era troppo? Allora più sei mesi. E le strissulis?
«Orsù, messere, quelle non si lasciano certo lì.»
Io continuavo a mettere bocca e, a un certo punto, Bepi mi guardò da sotto la bombetta. «Messere, siete proprio un orchiclasta.» Era una delle sue parole. Detta da lui poteva stare tranquillamente accanto a Mastro Martino e, tradotta dal Bepi all'italiano corrente, voleva dire più o meno la stessa cosa di “fare l'equilibrista sulle palle”. Non erano due battute diverse, era lo stesso concetto detto in due lingue: una parola colta, quasi da dizionario, per esprimere qualcosa che in osteria avrebbero capito tutti.
Anche questo era Bepi. Poi tornammo a Mastro Martino. Burro o strutto? Su quello trovammo un accordo abbastanza in fretta: strutto. Poi zucchero e cannella, e non una spolveratina elegante, ma cannella vera. Se avevamo deciso di far entrare un uomo del Quattrocento nella nostra cucina, almeno per una volta bisognava avere l'educazione di non spiegargli come avrebbe dovuto cucinare nel Duemila.


Ed era proprio quell'indicazione, dopo pasto et caldo caldo, a suggerirci una possibilità che, fino a poco prima, non avevamo considerato: forse Mastro Martino non doveva sostituire il frico di Bepi. Poteva arrivare dopo.
Continuammo comunque a discutere, con il Refosco e il Lambrusco che si alternavano, una fetta di salame ogni tanto, il formaggio, le patate, lo strutto e Mastro Martino sempre in mezzo alla conversazione.

Poi Bepi prese i bicchieri. «Suvvia, messere. Prepariamo i taj come si deve.» Mi spiegò il brindisi.
Non quello moderno, in cui due bicchieri si toccano e tutto finisce lì, ma un gesto diverso. Bepi lo collegava al mondo dei banchetti, dei matrimoni tra famiglie importanti, delle alleanze, degli accordi di guerra e di pace e anche alla paura del veleno che attraversava le corti medievali e rinascimentali. Inevitabilmente finirono nel racconto anche i Borgia, perché quando si mettono insieme Rinascimento e veleno prima o poi qualcuno li nomina.
Quella sera, però, non stavamo facendo una lezione di storia. A interessarmi era il gesto. I bicchieri venivano tenuti in mano e riempiti soltanto in parte. Io versavo un poco del mio vino nel taj di Bepi e lui versava un poco del suo nel mio bicchiere. A quel punto non c'erano più davvero due vini separati: se io avessi voluto avvelenare lui, una parte sarebbe tornata nel mio; se lui avesse voluto avvelenare me, sarebbe accaduto lo stesso.
Bepi me lo raccontava come un gesto di fiducia, ma a me è sempre sembrato qualcosa di ancora più forte. Non diceva soltanto mi fido di te. Diceva:
condivido il tuo rischio.
Alzammo i bicchieri. Bepi disse:
«Che Dio ci sia testimone.»
E bevemmo. Dopo tutto quel parlare, la soluzione arrivò quasi da sola. Perché scegliere? Avremmo fatto entrambi i frichi: quello di Bepi come piatto e quello di Mastro Martino dopo, alla fine, proprio come aveva indicato lui.
Quasi un dolce. Avevamo impiegato non so quanto tempo, diversi taj e parecchie fette di salame per arrivare alla conclusione più semplice possibile.
Non scegliere.
E tornammo alla padella, ancora una volta a quattro mani.

